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Intervista a Gianni Zanata

Posted By Aurora Alicino | 28 gennaio 2009

Gianni ZanataInauguro la rubrica “A tu per tu con l’Autore” con un’intervista a Gianni Zanata, autore del romanzo Prestami una vita.
Ne approfitto per ricordarvi che domani, a Cagliari, si terrà un incontro con lo scrittore.

A.A.: Ciao Gianni, piacere di conoscerti.

G.Z.: Ciao Aurora, il piacere è mio.

A.A.: Nella quarta di copertina del tuo “Prestami una vita” si legge che Gianni Zanata è “giornalista professionista…”
Che tipo di giornalista sei? Di cosa ti occupi?

G.Z.: Faccio il giornalista a tempo pieno, ed è così che mi guadagno da vivere. Ho cominciato agli inizi degli anni ’80 in piccole emittenti radio e piccole collaborazioni con riviste e giornali. Un po’ di sana gavetta. Quindi il praticantato e l’esame da professionista, nel 1989. Attualmente lavoro a Cagliari, nella redazione centrale di una tv privata, Sardegna Uno TV. Il mio incarico è quello di caposervizio. Mi occupo delle news quotidiane, del coordinamento, dell’impaginazione e della conduzione del TG. Ma questo non significa che tra i miei compiti non ci sia la “cucina”, la realizzazione di servizi o interviste, insomma tutto ciò che capita di dover fare all’interno di una redazione giornalistica. È un mondo che conosco molto bene. Faccio questo mestiere ormai da più di venticinque anni e sono passato più o meno attraverso tutti i media: radio, quotidiani, periodici, tv. Credo mi manchi solo un’esperienza lavorativa con le agenzie di stampa e con le testate on line. Tutto il resto l’ho già provato.

A.A.: In un recente convegno, presso l’Ordine dei giornalisti della Lombardia, sono stati individuati i “megatrend” costituenti il probabile scenario italiano tra 5 o 6 anni.
Tra questi, una crescita nella convergenza dei media (ovvero il superamento della separazione tra tv, computer, telefonino, ecc) e nella penetrazione di internet nel nostro Paese, con conseguenze positive – come la personalizzazione e condivisione di esperienze e conoscenza – ma anche negative – come l’aumento della difficoltà di selezionare e quindi l’intensificarsi della sfiducia nelle fonti.
Tu come vedi il giornalismo del futuro?

G.Z.: Domanda bellissima, risposta difficilissima… Uhm, non so nemmeno da dove cominciare. Parto dalla tua ultima considerazione: la difficoltà di selezionare notizie e fonti, e la conseguente sfiducia nelle informazioni che viaggiano in rete. Internet di per sé non si può imbrigliare, è chiaro, sarebbe un delitto oltre che una stupidaggine. Però va da sé che nessuno è in grado di assicurarci sulla veridicità di tutte le notizie che vengono diffuse on line. Questo spiega anche il perché di alcune “bufale” colossali. Detto questo, internet è diventata una fonte utilissima, quasi fondamentale per chi lavora in ambito giornalistico. Ma il nodo è un altro. Il vero problema riguarda il futuro della nostra professione, non tanto quello dei media. I giornalisti, purtroppo, fanno sempre meno i giornalisti e sempre più i passacarte. Il giornalismo d’inchiesta sta quasi scomparendo. Sì, ci sono delle eccezioni. Ma, appunto, si tratta di anomalie. Agli editori non interessa pubblicare notizie che raccontino la realtà. Agli editori interessa altro: il potere della stampa è funzionale al potere dei politici, degli imprenditori e delle banche, sia a livello locale che a livello nazionale. E i giornalisti che fanno? Poco o nulla. Negli ultimi anni la nostra categoria ha perso via via di credibilità perché non è riuscita a salvaguardare il principio fondamentale della professione: quello di informare, con correttezza e competenza, al di là di ogni colore politico, al di là di ogni schieramento. Oggi l’informazione si mescola continuamente con la pubblicità. Se guardi un telegiornale non sai dove finisca uno spot e dove invece inizi una cronaca giornalistica, o viceversa. Il “sistema informazione” è ormai al collasso. Di chi è la colpa? In buona parte dei giornalisti, incapaci di opporsi e di reagire allo stato delle cose. E poi dei direttori di testata. Sino a pochi anni fa, i direttori avevano carisma, e il loro incarico era frutto del lavoro e del prestigio acquisiti sul campo. Sapevano garantire la linea editoriale e, al tempo stesso, tutelare le esigenze delle redazioni. Oggi per dirigere un giornale o un telegiornale devi avere una sola caratteristica: devi dire sempre “sì”. Essere un buon giornalista è l’ultimo tra gli attributi richiesti… Perciò la risposta alla tua domanda è: il giornalismo del futuro sarà un buon giornalismo solo se saprà coniugare nuovi strumenti tecnologici e vecchi insegnamenti. Perché ciò avvenga, innovazioni tecnologiche e rispetto della deontologia professionale dovranno andare di pari passo.

A.A.: Concordo. Saper utilizzare bene il mezzo informatico è un valore aggiunto, anzi è qualcosa di indispensabile oggi e per il futuro, ma senza il rispetto della deontologia non andremmo da nessuna parte.

Gianni, tu sei uno “…scrittore perseguitato dai dubbi…”
Quali sono – se posso domandare – i dubbi che ti perseguitano?

G.Z.: È un po’ difficile da spiegare, ma ogni volta che mi metto a scrivere è come se lo facessi per la prima volta. È una sfida che si rinnova, sempre diversa. Una prova dall’esito sempre incerto. A volte è veramente doloroso estrarre le lettere dal vuoto. Mi piace tantissimo scrivere, lavorare su una frase, su una parola, sul suono che producono le parole. Scrivere è un lavoro essenzialmente artigianale. Forse è un’attività paragonabile a quella di uno scultore. In principio tutte le storie che ho nella testa, le storie che vorrei scrivere, sono come pietre grezze. Poi pian piano comincio a scolpire, a intagliare, a levigare. La scultura/parola allora comincia a prendere forma. Il lavoro di rifinitura va avanti sino a quando il prodotto ultimato non assume le sembianze dell’idea originaria. In corso d’opera sono capace di smontare e rimontare una frase più volte. C’è sempre il dubbio che quella frase sia poco conforme al pensiero primitivo dal quale è scaturita.

A.A.: Uh ti capisco, le revisioni sono la mia condanna… Ma, del resto, costituiscono la fase più importante della scrittura!

“Prestami una vita” è il tuo primo romanzo. Hai pubblicato altra narrativa prima d’ora?

G.Z.: No, mai pubblicato prima. Sono un debuttante assoluto. La cosa in sé ha poca importanza. Almeno per me. Ho sempre scritto, sin dalla adolescenza. Per tanti anni è stata un’attività costante e metodica. Ma non ho mai avuto il coraggio, l’urgenza e/o l’opportunità di pubblicare. Conservo tutta la roba che ho scritto, in prevalenza racconti e poesie. Penso che la maggior parte di quel materiale resterà per sempre chiusa in un armadio. È roba che aveva un senso dieci o venti anni fa, non oggi. Credo di aver scritto anche qualche canzone, anzi ne sono certo. Era il periodo in cui ambivo a diventare un musicista di strada. Hai presente? Quegli artisti che suonano e cantano nelle metropolitane e girano con un cappello per chiedere qualche soldo… li ammiro tantissimo. Un tempo volevo essere proprio come loro.

A.A.: Sì certo, li ho presenti, anche se preferisco quelli che si esibiscono in centro città. Sulla metropolitana c’è troppo fracasso (anche interiore) per ascoltare con attenzione la loro musica, e poi le performance sono proprio “toccata e fuga”… Almeno così accade a Milano.
Avevo un compagno di classe, ai tempi della scuola superiore, che d’estate partiva con la sua chitarra e pochi soldi in tasca e se ne andava a suonare per le strade dell’Europa. Un po’ lo invidiavo…

A proposito, tu sei anche un “…chitarrista appassionato di blues”.
Parlami della tua musica: interprete o compositore?

G.Z.: Vorrei poterti rispondere che sono un grande compositore, un vero compositore… Invece no, sono un modestissimo compositore e, credo, semplicemente un buon interprete. Ascolto tantissima musica e mi piace interpretare brani di altri, rivisitarli, suonarli come se li sentissi miei. È sempre stato il sogno della mia vita, fare il musicista. Credo che la musica sia il mezzo espressivo e di comunicazione più completo. Sto dicendo una banalità, lo so, ma è davvero così. Se è una cosa è banale non vuol dire che necessariamente non sia vera… La musica travalica tutto. Con una serie di note o una sequenza di accordi sei in grado di entrare nel cuore e nell’anima di chiunque, a prescindere dalla lingua, dall’età, dal sesso e dalla provenienza geografica delle persone.

A.A.: Già, una sorta di esperanto…

Veniamo a “Prestami una vita”.
Come è nata l’idea per questo romanzo?

G.Z.: Avevo una traccia di partenza, un nucleo di una ventina di pagine delle quali non sapevo bene che cosa fare. Non avevano la forma di un racconto. E neppure il ritmo. Non erano nemmeno sufficienti per affrontare la traversata di un romanzo. Così le ho tenute a bagnomaria per un po’, sperando che succedesse qualcosa. Poi ha cominciato a tornare a galla una storia che in passato si era insinuata a più riprese per un progetto di racconto lungo. Allora ho ripescato quelle venti pagine, le ho riscritte da cima a fondo e lì mi sono reso conto che poteva nascere una storia completamente nuova. Avevo voglia di raccontare un’avventura, una fuga. Volevo mettere insieme musica, viaggi, sesso, soldi, sentimenti e alcol, più qualche altra digressione su filosofia spicciola e dintorni. Avevo voglia di indagare su alcuni aspetti dei rapporti umani e sulle storture dei rapporti familiari, volevo rivoltare alcuni concetti chiave dello stare insieme e, nel contempo, tratteggiare in maniera iperbolica e surrealistica alcuni personaggi, gli stessi personaggi che poi, in effetti, si sono ritagliati uno spazio nei diversi momenti della trama.

A.A.: Quanto c’è di Gianni Zanata in Duilio Settembrini?

G.Z.: In percentuale direi un cinque per cento. Facciamo dieci e non se ne parla più. Duilio Settembrini è molto più indolente di quanto non lo sia io. È anche parecchio più stronzo, vorrei precisarlo. Lui, tra l’altro, è molto più antipatico di me. Però credo che sia un tipo interessante. Ha una certa morale e, a modo suo, potrebbe incarnare lo spirito di un antieroe. Un carissimo amico, un musicista famoso che risponde al nome di Alberto Cabiddu, noto corsaro habitué delle coste del Sardistan, sostiene che Duilio, al termine del suo peregrinare, non sia così distante dall’assumere le fattezze di un novello Corto Maltese. Fatte le debite proporzioni, s’intende. Su questo giudizio pesa evidentemente la parte finale del romanzo, nella quale Duilio prova – sottolineo prova – a riscattarsi. D’altro canto capisco che, almeno inizialmente, la figura di Duilio possa suscitare più di una perplessità. Però – cito sempre Cabiddu – un autore deve avere la capacità di inventare dei personaggi e lasciarli andare senza compiacimento per le strade che loro desiderano percorrere.

A.A.: Sì sì, vero! Io ho percepito Duilio proprio come un antieroe, e un tipo molto interessante.

Alcuni monologhi sono gustosissimi, come quello del negoziante sull’era del download di musica da internet e su una involuzione dell’essere umano piuttosto inquietante…
Mi hai dato l’impressione di scrivere certe cose di getto, così come i tuoi personaggi le proferiscono, quasi come in un brain storming. È così?

G.Z.: Solo in parte. Per arrivare a quel tipo di risultato spesso mi occorre molto tempo. Nel caso di Tatuaggio Gibson, il negoziante di dischi che citi tu, il monologo è nato in diverse sessioni di lavoro. Inizialmente c’è un personaggio. Lo identifico, lo modello, cerco di dargli una fisionomia. Poi gli consegno un equipaggiamento gestuale. Voglio vederlo in azione con la mimica facciale, con il movimento delle mani e della testa. A quel punto gli do la parola. E il personaggio inizia a vomitare tutto ciò che gli pare. Il lavoro successivo, il più pesante, è quello di ripulire il tutto e far sì che il monologo abbia un’armonia, tenga il tempo giusto e suoni quasi come un assolo. Se una frase o un periodo non suonano come una specie di musica che ho nella testa, allora cambio, faccio correzioni e intervengo sul testo, proprio come un musicista interverrebbe su una partitura.

A.A.: Mi viene da pensare che un musicista sia in qualche modo facilitato nell’organizzazione della propria scrittura… Che ne pensi?

Forse è così, non lo so. Quando incontro musicisti è più facile che si finisca a parlare di musica piuttosto che di scrittura. A me, te l’assicuro, piacerebbe comporre musica con la stessa facilità con la quale a volte scrivo. Mi rendo perfettamente conto che questo dipende dalla padronanza dello “strumento”. Non è solo questione di virtuosismo o di tecnica, sia chiaro. Però la competenza e la preparazione in un determinato campo creativo, sia esso la poesia, la prosa, il giornalismo, la musica, la recitazione o il canto, non può prescindere dalla conoscenza del “mezzo” espressivo. La tecnica non è tutto, anzi, per certi versi la tecnica fine a se stessa rischia di essere nociva. Ma quando è messa al servizio della fantasia e del genio, e non viceversa, tutto diventa più facile. Sia chiaro, il discorso è molto più complesso, io lo sto un po’ banalizzando… La mia organizzazione nella fase di scrittura, per esempio, risente della mancanza di una “vera” tecnica. È un dato di fatto. Non ho una “scuola” alle spalle, sono un autodidatta. Ma se da un lato l’idea di acquisire qualche nozione di “scrittura creativa” mi affascina, dall’altra mi fa paura, mi dà l’impressione che finirei per snaturare il mio personale approccio con la fase di composizione.

A.A.: A pagina 155 racconti un sogno che è qualcosa di meraviglioso! Da cosa nasce? Sbaglio, o c’è sotto una metafora… Forse il senso dell’intero romanzo?

G.Z.: Addirittura “meraviglioso”… Grazie! La descrizione di quel sogno piace anche a me. Ecco, quelle sono pagine che ho davvero scritto di getto. È stato molto semplice scriverle. Non so dirti perché. Forse avevo necessità di raccontare un sogno come quello. Dico “necessità” perché sono pienamente convinto della funzione terapeutica della scrittura. La scrittura rappresenta un legame con la consapevolezza di noi stessi. Quando scrivo e mi esprimo rendo consapevoli gli altri, ma ancora prima me stesso, di ciò che sto provando. Per tornare al sogno del romanzo, non è un sogno che ho realmente sognato, non per intero. Ma alcune parti sì, il senso di disorientamento, la percezione di insicurezza generale e il volo quasi derviscio, sono stati d’animo e situazioni che mi è capitato di sognare… Non so se dietro questo sogno si nasconda il senso della storia di Duilio. Se lo dicessi rischierei di condizionare il lettore. Invece vorrei che fosse lui a farsi un’idea, a esprimere un giudizio.

A.A.: Hai ragione, Gianni! La mia domanda è condizionata dalla personalissima idea che mi sono fatta della storia, he he he…

Progetti per il futuro? Tornerà Duilio?

G.Z.: Tornerà Duilio? Ah, questa è una domanda che dovresti rivolgere direttamente a lui…! Ammesso che tu riesca a trovarlo… È da un pezzo che non ho sue notizie. S’è come volatilizzato. Sai come sono fatti questi personaggi di carta, no? Hanno una vita abbastanza sregolata. Le ultime che ho sentito sul suo conto mi sembrano comunque confortanti. Pare che sia diventato un cantante niente male. Con la chitarra se la cava ancora discretamente e ha messo su una nuova band, repertorio rigorosamente tex-mex. Immagino che la sua principale attività, ora, sia andare in giro per locali, salire su un palco, ostentare un atteggiamento a metà strada tra un Marlon Brando post-moderno e un Johnny Depp futurista, e stravolgere vecchie canzoni per mariachi… che ne so, qualcosa che somigli a una versione accelerata di “Cielito Lindo”, strimpellata dai Sex Pistols e interpretata da Shane MacGowan, l’ex cantante dei Pogues. Ecco, una cosa del genere… Duilio a parte, di progetti per il futuro ne ho tanti. Scrivo con regolarità, come è naturale che sia per un autore. E mi piacerebbe pubblicare un secondo libro. Questo più che un progetto è una speranza… Al momento però sono concentrato sulla promozione di “Prestami una vita”: presentazioni, incontri, contatti, insomma tutto ciò che può contribuire alla diffusione commerciale del libro. Devo dire che la Casa editrice, la Edizionirebus di La Spezia, sta facendo un ottimo lavoro in questo senso. L’Editore e l’intero staff sono straordinari. Non mi stancherò mai di ringraziarli. Se non fosse stato per loro, nemmeno Duilio si sarebbe preso la briga di fare il giramondo…

A.A.: Sei una forza!

Concluderei dicendoti una cosa mia personale, un semplice ma sincero “grazie”!
Grazie perché il tuo “Prestami una vita” mi ha persino ridato il sorriso in una giornata uggiosa.

G.Z.: Ma grazie a te! Sono felice che il libro ti sia piaciuto. Ciò che più conta è che ti abbia lasciato dentro qualcosa, un’emozione, uno stato d’animo, una traccia, un pensiero, qualsiasi cosa. Anche un sorriso, sì. Se ciò che ho scritto ti ha fatto sorridere e divertire, vuol dire che sono riuscito a raggiungere uno degli scopi per i quali ho pensato che valesse la pena tentare di pubblicare il romanzo.

A.A.: A presto!
G.Z.: Spero di sì!

About The Author

Aurora Alicino
Aurora Alicino è laureata in Ingegneria Informatica ed è consulente informatica per www.yourqualitysite.com. Giornalista pubblicista, appassionata di arte, scrittura ed editing, collabora con una testata locale e con la casa editrice e Associazione Culturale XII (www.xii-online.com), in qualità di lettrice, editor e correttrice di bozze, oltre a occuparsi per XII di lavori multimediali.

Comments

2 Responses to “Intervista a Gianni Zanata”

  1. marcello marcello scrive:

    Libro che vale.
    Da consigliare a tutti gli appassionati di musica, di cinema e di letteratura.
    Bravo Zanata!
    Complimenti ai curatori del sito.

  2. Aurora Alicino Aurora Alicino scrive:

    Grazie, Marcello!

    Ottimo consiglio. ;)

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