Intervista a Alessandro Cascio
Posted By Aurora Alicino | 3 novembre 2009
Ho scambiato due parole con Alessandro Cascio, scrittore che ha recentemente pubblicato Touch and Splat con Historica Edizioni.
A.A.: Ciao Alessandro, benvenuto su Message in a Book!
A.C.: Benvenuta a te, Aurora. Ho riservato un tavolo per noi due lì in fondo, non dovrebbe disturbarci nessuno durante l’intervista. Prego, seguimi, mi sono permesso di ordinare per entrambi.
A.A.: Ha ha ha! Grazie, che cavaliere!
Parto con le domande…
Ho appena letto il tuo “Touch and Splat”. L’ambientazione è realistica, e mi ha fatto pensare ad attività ludico-sportive esistenti (cfr. recensione). Il Touch and Splat è una variante dello Splash Contact?
A.C.: Una variante più fantasiosa e meno “macho” di quello Splash Contact dove uomini convinti di essere in guerra si sparano addosso per gioco e litigano se qualcuno mira alto e alla sera dopo la doccia, si lisciano il fucile a vicenda sognandone uno vero, uno più grande, grosso e duro, come quello che aveva papà. Dovevo cercare un modo per non far vestire i miei personaggi (il mio creato, a cui voglio sempre un gran bene come fossi un Dio, per questo li uccido quasi sempre) da militari e fargli fare le solite cose, così ho unito Splash Contact e Gioco di ruolo ed è venuto fuori un Touch and Splat, da Touch and Go (in musica, Toccata e fuga).
A.A.: Sei un appassionato di musica? E di che tipo?
A.C.: La musica è il mio primo amore, il mio sogno, per questo nonostante suoni da anni, non ho mai portato a termine un vero e proprio progetto musicale, perché avverare un sogno equivale a sopprimerlo. Della letteratura ne posso anche fare a meno, per questo passo la mia vita a scrivere. Non catalogo la musica per generi, perché in questo modo si finisce per equiparare il brutto al bello. Se dicessi che mi piace il Grunge, potrei equiparare i pessimi Mudones ai magnifici Nirvana, se dicessi che mi piace il Pop potrei equiparare i Boyzone ai Bealtles, se dicessi che mi piace l’Alternative inglese, finirei per mettere sullo stesso piano Pete Doherty e i Jane’s Addiction o i RHCP di One Hot Minute. No, io amo andare per nomi, perché la musica, come l’arte in genere, la fa l’artista. Sono cresciuto con i cantautori italiani e con il rock e il glam anni ’70 e ho imparato ad amare la melodia, poi a 15 anni ho scoperto che se colleghi una chitarra a un amplificatore, aumenti i middle e lo metti a tutto volume ottieni una distorsione. Da allora, amo tutto ciò che è distorto, ma che si basa su una buona melodia.
A.A.: Come ti è venuta l’ispirazione per Touch and Splat?
A.C.: Da ragazzino volevo uccidere mio padre e mia madre, ma non potevo, non era gentile. Così disegnavo e scrivevo roba forte e l’appendevo al muro della classe, tanto che il mio prof di letteratura richiamava sempre mio padre pregandolo di tenermi sotto controllo (“suo figlio fa dei disegni strani”). Col senno di poi, probabilmente mio padre si comportava da stronzo perché in quei disegni ci vedeva qualcosa di terribilmente artistico. Dopo anni, mi ero accorto di aver editato decine di splatter per riviste, ma nessun romanzo del genere, così, venuto a contatto con il cinema western del maestro Gastaldi, mi sono detto: “E se ne facessi uno a mio modo?”
A.A.: Quindi si può dire che tu sia nato come illustratore? Disegni ancora?
A.C.: Ho cercato di diventarlo, ma ero troppo poco disciplinato e quieto per fare l’illustratore e poi non ho la mano ferma, che vuol dire che posso disegnare solo cespugli di rovo sullo sfondo di mari increspati, ma non vanno molto, nel settore.
Sì, disegno ancora nelle sale d’aspetto dei dentisti, medici e dal barbiere. Potete trovare i miei scarabocchi su tutte le riviste di Gossip d’Italia, ma solo a tiratura limitata.
A.A.: Adesso che l’hai detto, andranno a ruba!
Cos’è, per te, scrivere?
A.C.: È parlare con se stessi, ma a voce alta, in modo che tutti possano sentirti.
A.A.: Quando hai iniziato a scrivere? C’è un episodio che vuoi raccontare?
A.C.: Ho iniziato a scrivere a 8 anni perché la mia maestra era una signora in menopausa che piangeva sempre e la vedevo piangere per i temini in classe (si chiamavano così) dei miei compagni, ma mai per i miei. Così, per la festa della mamma, scrissi una cosa chiamata “Lettera a un diamante” dedicata a mia madre, che oggi, quando la leggo, mi sbalordisce per quanto era colma d’amore e allegorie. In verità non mi fregava nulla di mia madre ai tempi, preferivo mia zia Anna, mi divertiva di più, ma dovevo sconvolgere la maestra. Il giorno del tema, la maestra Greco. mi chiamò alla cattedra e mi disse di leggere il mio componimento di fronte a tutti e io arrossii perché ero sicuro che dovesse dirmi “non ti vergogni?” (me lo diceva sempre, per questo oggi non mi vergogno più di nulla) e invece si mise a piangere, prese una delle mie poesie, ne fece fare un ingrandimento e la appese nel corridoio (per i collezionisti, la potete ancora trovare, dopo 25 anni quasi, nella Scuola Elementare La Fata di Partinico – Pa). La feci piangere e pensai che avrei potuto farlo con altra gente. Così feci.
A.A.: Come nascono le tue opere? Scrivi di getto o pianifichi tutto nei minimi dettagli?
A.C.: Le mie opere nascono così. Oggi penso che voglio scrivere un romanzo che parla di un indiano della tribù dei Sioux che voleva diventare un Cowboy perché preferiva i fucili ad arco e frecce e il country al canto della pioggia, ma poi un editore mi chiede “me lo scrivi un romanzo giovane, duro, come sai fare tu?” e io mi metto a scrivere perché devo pur mangiare. Alla fine del romanzo giovane, duro, come so fare io, getto tutto all’aria e mi dico “ma che cazzo, ma perché non se lo scrive lui? Io scrivo di quello che pare a me”. Così riprendo il soggetto che parla di un indiano della tribù dei Sioux che voleva diventare un Cowboy perché preferiva i fucili ad arco e frecce e il country al canto della pioggia, mi diverto a scriverlo in un mesetto ed è quello che di solito pubblicano. Non per nulla, tutti i romanzi che parlano dei Sioux che suonano l’armonica e tirano al piattello, in Italia, sono i miei.
A.A.: Per finire, lasciami curiosare nel tuo futuro: che programmi hai?
A.C.: “Il passato non è altro che la vita andata, il futuro non è altro che la vita che andrà: vivi il tuo presente”.
Questa frase la scrissi in un foglio da disegno, ci disegnai accanto la mia Charvel elettrica colorandola col mio sangue e la appesi nella mia stanza a 16 anni. Da allora i miei programmi futuri non vanno oltre a una settimana. Ma da quando lavoro con le case editrici che si prendono sempre qualche mese prima di pubblicarti e da quando viaggio col metodo “Quick fly” (se acquisti un biglietto due mesi prima, ti costerà meno) ho dovuto cambiare la mia abitudine e passare da una programmazione futura di una settimana a una di un massimo di due mesi. In questi due mesi quindi, uscirò con un racconto per la rivista UT, una raccolta e un romanzo per Historica su Capo Verde e consegnerò altri due romanzi a una buona agenzia, andrò a Londra e New York per scrivere due guide di viaggio romanzate e poi non ne ho assolutamente la minima idea, anche perché credo che fare progetti a lungo termine sia una prerogativa di chi ha paura della vita. E’ come puntare la sveglia prima di andare a dormire, un atto rassicurante, che di fa credere di poter vivere almeno fino a domani.
A.A.: Senti, tra le righe di questa intervista mi sembra di trovare un Alessandro Cascio filosofo. Che ne pensi?
A.C.: Dico sempre che i filosofi sono coloro che spiegano con parole complicate dei concetti semplici, i narratori invece, coloro che esprimono concetti complicati con parole semplici. Io odio i filosofi e sopporto a malapena i poeti che non musicano i loro versi: sono di certo un normale narratore.
A.A.: Beh, vista così, non posso darti torto! Intendevo solo dire che, dietro alla tua tendenza al gioco e all’”estremo”, c’è una persona profonda. Impossibile non notarlo…
A.C.: Nei miei scritti cerco sempre di non darlo a notare sparando ai passanti e dando della troia alle eroine, ma mi sa che questa volta mi hai beccato con un Harmony tra le mani.
A.A.: He he he… Ciao Ale, grazie per la disponibilità e la simpatia!
A.C.: Figurati, è sempre un grande onore e un immenso piacere parlare di me.
Bevo l’ultimo sorso della mia birra. Alessandro, confermandosi cavaliere, si alza per pagare il conto. Ci avviciniamo all’uscita e…
…Vi piacerebbe sapere cosa succede dopo, eh?






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